Milano, albero si abbatte su ambulanza di passaggio

L’incidente in via Palatucci (zona Famagosta). Fortunatamente, i tre volontari della Croce Verde Trezzano che erano a bordo sono rimasti feriti solo in maniera lieve.

Viaggiavano verso l’ospedale san Paolo di Milano per il . Quando, lo scorso giovedì 28 dicembre intorno alle 13, all’improvviso, in un tremendo boato il loro mezzo si è arrestato di colpo in zona Famagosta: le radici di un grosso albero che stazionava chissà da quando sul ciglio della strada non hanno retto e la pianta, col suo pesante tronco e i suoi rami, si è abbattuta sull’ambulanza.

Un tremendo incidente che, fortunatamente, come racconta Milano Today, non ha avuto conseguenze gravi per i tre occupanti dell’abitacolo: i volontari, una donna di 48 anni e due uomini di 47 e 52, nonostante lo spavento sono usciti dal mezzo sulle proprie gambe e sono stati trasportati in ospedale solo a scopo precauzionale.

“Vorremmo tanto che quanto accaduto oggi fosse solo un brutto sogno dal quale risvegliarsi, ma purtroppo non è così. Una nostra macchina, con a bordo tre membri dell’associazione, è rimasta coinvolta in un incidente che per un attimo ci ha lasciato tutti senza fiato. Un albero, le cui le radici non hanno retto più il suo peso, ha investito la vettura che stava transitando sotto.

L’equipaggio, seppur acciaccato e spaventato, sembra star bene. Noi tutti vi abbracciamo e vi facciamo gli auguri di una pronta guarigione. Ringraziamo i colleghi della Croce Viola Rozzano, i vigili del fuoco e la polizia municipale accorsi in aiuto” ha raccontato la Croce Verde in una nota.

Alessio Biondino

Fonte: Milano Today

Rifiuta il soccorso: “Non posso andare all’ospedale, ho mia moglie sola a casa inferma”

Un signore anziano che cade a terra e che si ferisce il viso. Forse si rompe il naso. Ma rifiuta le cure dell’ambulanza e scappa via, scusandosi e ringraziando i presenti per l’aiuto ricevuto: in casa c’è sua moglie inferma che lo aspetta…

Un post su Facebook… di quelli che fanno riflettere e commuovere. E che, inevitabilmente, diventano virali. È apparso ieri, sulla pagina dell’Agenzia media/stampa Caffeina. E, in poche righe, è riuscito a raccontare una storia lunga una vita.

Un signore di circa 80 anni è di ritorno dal mercato. La sua andatura è claudicante, tipica di chi è affetto dal morbo di Parkinson. Morbo che, per chi non lo conosce bene, non fa solo “tremare le mani”… ma può anche causare degli improvvisi “blocchi” motori; per cui durante la marcia, ad un certo punto, chi ne è affetto non riesce più a staccare i piedi da terra. Sembrano incollati al terreno. E si perde l’equilibrio.

A quel signore, con la busta della spesa in mano, probabilmente succede proprio questo. Fatto sta che cade rovinosamente a terra, sbattendo con violenza il viso sull’asfalto. I passanti accorrono subito, lo aiutano a rialzarsi, cercano di tamponare il sangue che gli sgorga dal naso e da uno spacco che si è procurato sulla fronte. Chiamano i soccorsi.

Ma lui è agitato, vuole andare via. Non può proprio trattenersi, a suo dire. Forse è confuso, magari la botta è stata più forte di quello che sembra. I presenti provano in tutti i modi a tranquillizzarlo e in parte ci riescono, almeno fino all’arrivo dell’ambulanza.

Ma l’uomo fa subito capire ai soccorritori di avere fretta, nonostante questi lo invitino a calmarsi e a seguirli presso il più vicino nosocomio, visto il forte trauma al volto. C’è bisogno di ulteriori indagini, gli dicono. Ma lui non vuole sentire ragioni: rifiuta le cure, firma la prassi del soccorso, si scusa e sale il più “velocemente” possibile sul bus, rischiando di cadere di nuovo.

“Non posso andare all’ospedale, ho mia moglie sola a casa inferma!” , tuona, mentre saluta i presenti dal mezzo pubblico e li ringrazia, con un abbozzo di sorriso, prima che si richiudano le porte.

E a quel punto… Silenzio. Tra i soccorritori, tra la gente e in ogni cuore. Tanta commozione nel vedere quell’uomo solo, di quell’età e in quelle condizioni, senza alcun aiuto, che pone dinanzi a sé stesso la salute della donna che ama… fregandosene della propria.

Un eroe silenzioso, che purtroppo non fa notizia. Ma che ci ricorda, in un periodo storico in cui sembra che tutti i maschi siano impazziti, chi e cosa sia un uomo vero.

Un uomo vero.

Alessio Biondino

L’acronimo “DNR” (Do Not Resuscitate) oggi ha valore anche in Italia?

L’acronimo DNR (Do Not Resuscitate), ovvero la volontà espressa in vita di non essere rianimati in caso di arresto cardiaco, è una realtà consolidata da tempo in diversi Paesi e i sanitari sono tenuti a rispettarla. Cosa è cambiato, oggi, in Italia, con l’approvazione in Senato del ddl Lorenzin?

Le sigle DNR (“Do Not Resuscitate”, ovvero “Non Rianimare”), DNaR (“Do Not Attempt Resuscitation”, “Non Tentare La Rianimazione”), NO CODE (fa riferimento al Codice blu col quale negli ospedali viene allertato il team dei rianimatori in caso di arresto cardiaco) e AND (“Allow Natural Death”, ovvero permettere la morte naturale) sono molto conosciute negli Stati Uniti e nei Paesi anglosassoni. Grazie a questi acronimi i cittadini possono esprimere, solitamente in forma scritta tramite un apposito modulo, il proprio rifiuto alla rianimazione cardiopolmonare nel caso in cui il loro cuore si fermi.

A spiegarlo in modo dettagliato, qualche settimana fa, al Corriere della Sera è stato il coordinatore del Gruppo di Studio Bioetica della Società Italiana di Anestesia Analgesia Rianimazione e Terapia Intensiva (SIAARTI), Giuseppe Gristina: “Si tratta di un’indicazione che, negli Stati Uniti e in alcuni Paesi di lingua anglosassone (Inghilterra, Canada e Australi in prevalenza), viene utilizzata per fare in modo che persone giunte all’osservazione dei medici prive di coscienza abbiano la possibilità appunto di esprimere la loro volontà rispetto a trattamenti che possono essere posti in atto”.

“Bisogna sottolineare che DNR fa esplicito riferimento al trattamento che si pone in atto in caso di arresto cardiaco e basta, cioè nel momento in cui il cuore cessa di funzionare, la circolazione si ferma e la persona in pochi minuti muore. Se, ad esempio, sono vittima di un incidente gravissimo, ho riportato un trauma cranico e devo essere operato perché mi si è rotta la milza, tutto questo non ha niente a che vedere con l’arresto cardiaco: la milza me la toglieranno in sala operatoria e il cranio me lo curerà il neurochirurgo”.

È di non molto tempo fa un caso decisamente emblematico, verificatosi al pronto soccorso della University of Miami Health System Center, dove un 70enne è stato trasportato privo di coscienza. L’uomo aveva una storia di malattia polmonare ostruttiva cronica, diabete mellito, fibrillazione atriale e i primi test ematici avevano riscontrato un livello di alcol nel sangue piuttosto elevato.

Dopo diverse ore dal ricovero in terapia intensiva, le sue condizioni cliniche sono precipitate, tanto da spingere il personale sanitario a chiedersi cosa fare in virtù di un vistoso tatuaggio sul torace: “Do Not Resuscitate”, con tanto di Not sottolineato e di firma.

Il paziente era solo, non aveva con sé documenti di identità e non conservava in tasca moduli che dimostrassero chiaramente la sua volontà di non essere rianimato. Così, mentre il Dipartimento dei servizi sociali cercava di rintracciare eventuali famigliari, nell’incertezza sulla reale volontà del paziente e non riuscendo a riportarlo in stato di coscienza, i medici hanno preferito prendere tempo, mantenendolo in vita e intanto richiedendo il parere di un consulente in bioetica.

Quest’ultimo, dopo aver esaminato a fondo il caso, ha suggerito  che fosse più ragionevole dedurre che il tatuaggio esprimesse un’autentica preferenza e ha consigliato di rispettare la volontà del paziente espressa in quel modo. Non c’è stato però il tempo di redigere un documento DNR. Il Dipartimento dei servizi sociali ha infatti scoperto che ne esisteva già uno sottoscritto dal 70enne, che quindi non era da rianimare.

E così è stato: di lì a breve il suo quadro clinico è rapidamente peggiorato e i medici non hanno potuto fare altro che attendere l’exitus. Il caso è finito prima sulla prestigiosa rivista scientifica New England Journal of Medicine ed è stato poi ripreso dal New York Times.

E in Italia? Se scoprendo il torace di un paziente incosciente, soccorritori e medici rianimatori ci trovassero la scritta “Non rianimatemi” come dovrebbero comportarsi alla luce della recente approvazione del ddl Lorenzin?

Senza una documentazione adeguata e immediatamente disponibile, i sanitari farebbero semplicemente il proprio lavoro: proverebbero a salvargli la vita. Ma “nel momento in cui questo paziente dispone di una documentazione che testimonia validamente e opportunamente le sue volontà noi medici siamo tenuti a rispettarle, anche se questo comporta il rischio della vita del paziente”, ha sottolineato settimane fa il coordinatore del Gruppo di Studio Bioetica della SIAARTI commentando la legge sul Biotestamento.

“La legge dice chiaramente che il consenso, o in alternativa il dissenso ai trattamenti, va comunque rispettato. Non fosse altro per il fatto che, alla luce dell’articolo 32 della Costituzione, nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge e qui non si fa questione di urgenza o di elezione”.

Nelle situazione di emergenza e urgenza, quindi, “il medico e i componenti dell’equipe sanitaria assicurano le cure necessarie, nel rispetto delle volontà del paziente ove le sue condizioni cliniche e le circostanze consentano di recepirla“.

Alessio Biondino

Fonte: Corriere della Sera

Roma: soccorso dal 118 per un malore in palestra, muore a casa dopo due ore

Si era sentito male in palestra, ma gli operatori Ares 118 lo avrebbero rassicurato sulle sue buone condizioni di salute. Ma dopo due ore l’uomo è morto nella sua abitazione. La procura ha aperto un’inchiesta dopo la denuncia dei familiari.

Si era sentito male lo scorso giovedì 28 dicembre, alla 11 di mattina, presso il centro sportivo Vigor, a Roma. Un forte dolore al petto, mentre eseguiva alcuni esercizi ginnici. Così Valerio Gazzelloni, 38 anni, star di Instagram (dove era seguito da 5.000 followers appassionati dei suoi disegni), era stato subito assistito dai gestori della palestra, che avevano chiamato immediatamente il 118.

Al loro arrivo, però, come riporta il Corriere della Sera, i soccorritori lo avrebbero solo rassicurato, affermando che in realtà si trovava in buone condizioni di salute, che era soltanto un po’ affaticato per lo stress tra il lavoro e le feste di fine anno, che non doveva preoccuparsi e che era meglio per lui andare a riposarsi un po’.

Valerio avrebbe accettato il consiglio dei soccorritori ed è tornato a casa. Dove, purtroppo, è morto dopo due ore. Alle 13:30, infatti, Gazzelloni si è sentito di nuovo male. I familiari hanno allertato nuovamente i soccorsi, ma al loro arrivo, stavolta, gli operatori del 118 hanno potuto constatare solo la sua morte.

Gli affetti di Valerio, distrutti dal dolore, hanno sporto denuncia ai carabinieri e la Procura ha aperto un’inchiesta sulla sua morte. Già, perché secondo loro, gli operatori potrebbero aver sottovalutato il malessere che ha colpito il 38enne in palestra, tanto da lasciarlo libero di andare a casa senza verificare adeguatamente che ci fossero le opportune condizioni per farlo.

L’autopsia sarà disposta nelle prossime ore.

Alessio Biondino

Fonte: Corriere della Sera

Dona un’ambulanza da 106.000 euro in ricordo del marito

“Ho esaudito un suo desiderio”. È così, con semplicità e tanto amore, che la signora Carmen ha donato un’ambulanza da 106.000 uro all’Ausl di Bologna in ricordo di suo marito Riccardo, scomparso a maggio.

Un’ambulanza nuova fiammante, che porta sulla sua fiancata il nome di Riccardo Rossi. È stato questo il dono per cui una signora di 87 anni, Carmen Bisteghi, ha pensato di investire i suoi risparmi. Un gesto di estrema generosità, in ricordo del suo consorte, morto lo scorso maggio.

“Me lo diceva sempre che gli sarebbe piaciuto vedere il suo nome su un’ambulanzaracconta la vedova. “Quando è morto ho pensato a quello che mi diceva sempre e mi sono detta: ‘L’ambulanza la compro io’. Quello che aveva messo da parte durante tanti anni di lavoro lo aveva lasciato a me, visto che non abbiamo figli, nipoti o altri parenti stretti.

Ma voleva anche fare beneficenza. Per fortuna mi ha aiutato la mia avvocata Laura Marrani, perché io non avevo idea di come si comprasse un’ambulanza. Lei si è messa in contatto col 118, abbiamo ascoltato le direttive e i consigli che ci hanno dato dall’Ausl e ieri c’è stata questa bella giornata, una giornata davvero speciale. Io l’ho fatto volentieri, è stato molto bello, ma capisco che le persone restino sbalordite perché immagino non capiti spesso”.

Eh sì, cara signora Carmen, anche e soprattutto perché questo suo dono ha il valore di ben 106.000 euro!

L’acquisto, festeggiato il 29 dicembre assieme agli operatori del 118, è stato anche celebrato dall’Ausl di Bologna, che ha spiegato in un comunicato stampa: La nuova ambulanza presterà servizio di assistenza e di soccorso nel territorio del Comune. Con la donazione odierna si potenzia ulteriormente il parco dei mezzi di soccorso del 118 di Bologna e provincia che comprende, attualmente, 33 ambulanze e 21 auto mediche.”

Erano sposati da 25 anni, Riccardo e Carmen, ma stavano insieme dal lontano 1974. Lui era un operaio metalmeccanico, lei una parrucchiera. “Eravamo in pochi, ma eravamo in due. La vita è fatta per andare avanti, e così farò” afferma la signora.

Che dopo 43 anni d’amore, ha voluto salutare il suo Riccardo con quest’ultimo, importante dono.

Alessio Biondino

Fonte: Repubblica

Christian Manzi: “Sensibilizzare significa trasmettere motivazione”

Cos’è CSE-Formazione? Di cosa si occupa?

Ho fondato il Comitato Scientifico d’Emergenza CSE nel 2007 e da allora, con molto entusiasmo, ci occupiamo di formazione. Lo facciamo attraverso corsi di base e avanzati, per mezzo di testi e pubblicazioni, organizzando eventi per sensibilizzare le persone alla rianimazione cardiopolmonare e cercando di farci venire tante idee per divulgare il più possibile e al meglio le manovre salva-vita. Abbiamo ad esempio approntato dei metodi alternativi per trasmettere le nozioni a coloro che non appartengono al settore sanitario: in questa chiave sono stati proposti modelli di flash-mob e di apprendimento alternativo quali coreografie, brani musicali regolarmente incisi presso la SIAE e strumentazioni ideate, nonché brevettate, dal CSE e finalizzate all’apprendimento da parte di bambini in età scolare. Siamo accreditati dalla ADELPI, dalla SIMEUP, IRC; siamo centro internazionale di formazione riconosciuto dall’American Heart Association e possiamo accreditare centri satelliti e formare istruttori. Siamo un centro accreditato dalla Regione Lazio e ciò ci permette di rilasciare certificati abilitativi BLS-D e PBLS-D con manuale esclusivo CSE. Ci stiamo divertendo parecchio, insomma.

Intervista a Christian Manzi (1)

Che significato ha per te il termine “Sensibilizzazione”?

Sensibilizzare per me vuol dire portare le persone a conoscere una realtà. Non solo come la vediamo razionalmente, come la tocchiamo, ma soprattutto come la sentiamo dentro. Come ci fa emozionare. In poche parole per me la sensibilizzazione è la trasmissione della motivazione che spinge ogni essere umano a fare qualcosa di buono al meglio.

Quando e come è iniziata la tua carriera di formatore-divulgatore-educatore sanitario?

La mia carriera di formatore è iniziata nel lontano 2001 presso un associazione dove svolgevo l’attività di volontario. In pratica mi occupavo di corsi di primo soccorso all’interno dei circoli cittadini, dentro i bar, chioschi e centri ricreativi.

Ricordi una tua esperienza in ambito formativo particolarmente interessante?

Una delle esperienze formative che ricordo con maggior entusiasmo è quella del 24 aprile 2015, giornata nel quale superammo il record del numero di esecutori di BLSD formati mai in Italia in un unico giorno, del totale di 384 partecipanti. La giornata venne chiamata BLSD ITALIAN GUINNES RECORD.

Ogni volta che accade una tragedia, come quella del povero calciatore Piermario Morosini, si ritorna prepotentemente a parlare di defibrillatori. Pensi che la loro immediata reperibilità sul territorio… Basti a salvare delle vite?

Il defibrillatore è veramente un apparecchio salva vita, su questo oramai non c’è alcun dubbio. Di fronte ad una fibrillazione ventricolare, l’unica terapia valida è infatti la defibrillazione precoce. E questa può essere erogata solo da un defibrillatore, che deve essere reperito quanto prima! Chi preme il pulsante per erogare la scarica, però, è sempre l’essere umano. Quindi, oltre alla presenza della macchina, è indispensabile che ci sia una persona formata, che sia in grado di eseguire correttamente ed in sicurezza le linee guida. Ma soprattutto… Che possegga buon senso da vendere, altruismo e tanta buona volontà.

Christian Manzi con Alessio Biondino durante l'Emergency Expo di Latina, 2014.

Christian Manzi è un infermiere. Cosa ti senti di consigliare ai moltissimi colleghi precari o disoccupati stremati dalla crisi e dalla situazione insostenibile della nostra sanità attuale?

Io sono un infermiere che dal 1999 opera all’interno di ambulanze del 118. Quindi mi occupo di servizio pubblico, ma ad oggi sono ancora un operatore precario in forza a società private che cambiano di anno in anno. Non ho mai avuto un contratto fisso e uguale negli anni. In poche parole ogni anno è come se fosse il primo! Ma continuo a svolgere la mia professione con grande volontà e allegria, cercando di dimostrare sempre la massima professionalità, tenendomi (a mie spese) sempre aggiornato e cercando ogni giorno di inventare e costruire delle novità che possano migliorare la salute dei miei pazienti e di me stesso! Il mio consiglio: cercate sempre di spendere il vostro tempo facendo tutto quello che pensate possa far star bene l’essere umano; e questo fatelo sia per chi si affida a voi, ovvero i pazienti, sia per voi stessi. Solo in questo modo potete sentirvi dei vincenti!

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Consigliere insulta autista del 118: “Marocchino di m….”

Un autista del 118 di origini nordafricane, da sei anni alla Croce Rossa, è stato insultato dal segretario leghista di Vercelli durante un soccorso: “Marocchino di m…., ti faccio licenziare”. La registrazione è stata consegnata alla Procura. Il consigliere si è poi scusato.

Era un soccorso come tanti altri per R. A., autista del 118 di origini nordafricane che presta servizio alla Croce Rossa da sei anni. Così, la notte tra il 19 e il 20 dicembre, si è presentato a casa di un signore con forti dolori addominali; ma al suo arrivo il figlio della vittima, Giampiero Borzoni, che a Vercelli è segretario della Lega Nord nonché consigliere comunale, lo ha apostrofato con un terribile: Marocchino di m… lascia stare la barella, ti faccio licenziare ed altre offese/minacce del genere.

Il motivo? Oltre al colore della pelle, sembra che il segretario volesse “dirmi come fare perché lui è infermiere”, ha asserito il giovane. “Mio padre aveva forti dolori allo stomaco. Ho solo consigliato una cosa, dal momento che lavoro in sanità da anni. Mi è stato risposto che l’autista aveva la responsabilità dell’ambulanza e quindi comandava lui. A quel punto mi sono arrabbiato” ha dichiarato invece Borzoni.

Fatto sta che l’autista non è neanche potuto entrare in casa, aspettando che il collega (verosimilmente dai tratti somatici diversi) portasse a termine il soccorso. “Quell’uomo non si è nemmeno identificato e io non ho voluto che entrasse in casa perché non mi fidavo del suo operato si è giustificato il rappresentante del Carroccio.

Solo uno scatto d’ira da parte di chi, per ovvi motivi di natura pseudo politica, non sa interagire in maniera diversa con gli stranieri e i loro figli (italiani), giunti nel bel paese? Sembra di no, perché la performance del politico sarebbe poi continuata, a freddo, anche in pronto soccorso.

Esasperato e amareggiato, il soccorritore ha così deciso di presentare una denuncia per ingiurie ai carabinieri, raccontando nel dettaglio quanto accaduto e supportando le sue parole con la registrazione audio degli insulti. La vicenda, raccontata da Repubblica, è finita anche in Procura.

“Avevo mio padre grave, chiedo scusa per aver perso le staffe nella concitazione del momento. Sono frasi dette senza alcun intento razzista. Non c’è razzismo né nell’attività politica della Lega, né a livello personale: prova ne è che la sezione di Vercelli ha tesserati anche di provenienza nordafricana con cui siamo amici” ha concluso il consigliere, provando a contenere in qualche modo la sua straripante figura di “m….”.

Alessio Biondino

Fonte: Repubblica